Droghe pesanti e marijuana, affinità e differenze
Sin dalla fine dell’800, ci sono testimonianze mediche che riportano l’uso della cannabis all’interno di cure e palliativi.
Durante le terapie per contrastare l’inappetenza dovuta alle cure chemioterapiche, ad esempio, così da sfruttare quella che, in gergo, viene chiamata “fame chimica”, quando a seguito dell’assunzione di cannabis, il nostro cervello vede inibita la sensazione di sazietà e spinge quindi l’individuo a mangiare molto.
Viene spesso usata anche per agevolare il rilassamento muscolare nell’ambito di patologie serie, come la sclerosi.
Ha facoltà broncodilatatorie e questo la rende particolarmente efficace nei casi di asma, se utilizzata attraverso un inalatore e non fumata. Inoltre, risulta indicata nella cura al glaucoma, dal momento che riesce ad abbassare la pressione sanguigna dell’occhio dal 20% al 50%.
Tutte soluzioni mediche comprovate ed attestate, tuttavia la marijuana non riesce a scollarsi da dosso l’etichetta di “droga” che, seppur definita “leggera”, la relega in un ambito di illegalità.
Molti medici ritengono che la cannabis abbia interessanti potenzialità in ambito di cure sperimentali, ma la legge attualmente vigente, ne impedisce un adeguato studio di tipo sperimentale, facendo sì che gli utilizzi si mantengano in ambito superficiale.


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