Illuminare i tumori per una diagnosi più precisa
Un team di ricercatori della Vanderbilt University, nel Tennessee, ha sviluppato dei composti in grado di “illuminare” le cellule tumorali. La scoperta, pubblicata sulla rivista Cancer Research, si è avvalsa finora di animali da laboratorio ma potrebbe giovare molto alla diagnosi precoce, al monitoraggio del grado di malignità del tumore, e all’intervento chirurgico qualora si dimostri necessario.
Uno degli maggiori ostacoli nella lotta al cancro, infatti, è l’impossibilità di delimitare con certezza i confini della massa tumorale, rendendo difficili gli eventuali interventi chirurgici. In alcuni casi si è così costretti ad asportare anche i tessuti non direttamente colpiti dalla malattia.
L’illuminazione delle cellule tumorali avviene tramite gli inibitori fluorescenti dell’enzima COX-2, una proteina che, se presente in grandi quantità, può indicare l’insorgenza di un tumore. Tale caratteristica la rende particolarmente adatta alle tecniche di imaging molecolare, il cui scopo è di ricavare una sorta di fotografia di quello che avviene a livello cellulare. “Il COX-2 compare già nelle prime fasi della crescita tumorale, per poi aumentare con la malignità del tumore”, ha spiegato Lawrence Marnett, direttore del Vanderbilt Institute of Chemical Biology. “Poiché l’enzima non è presente nei tessuti sani, la sua presenza può essere utilizzata come un vero e proprio faro nella caccia alle cellule maligne”.
Per sviluppare i composti fluorescenti, gli studiosi sono partiti dalla struttura chimica di due farmaci antinfiammatori, l’indometacina e il celecoxib, entrambi inibitori della proteina COX-2. Mantenendo la struttura base degli antinfiammatori, hanno generato circa 200 molecole fluorescenti che sono state sottoposte al test della selettività per COX-2.
Il gruppo di ricerca si è detto entusiasta per i risultati ottenuti: “Siamo molto soddisfatti dei nuovi agenti e ci stiamo muovendo per adattarli alle sperimentazioni cliniche sull’uomo”, ha detto Marnett. Ora si dovranno effettuare ulteriori test tossicologici e farmacologici, per poi definire da quali tipi di cancro sia meglio partire per sfruttare al massimo le potenzialità diagnostiche di questi composti fluorescenti. Attualmente, le applicazioni più promettenti riguardano il trattamento dei tumori della pelle o di siti accessibili per via endoscopica, come il colon e l’esofago.


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