Sanità: si spende troppo per “finte” malattie
Si spende meno per affrontare tumori e malattie cardiovascolari che per porre rimedio a condizioni di salute che, di fatto, non sono da considerare delle vere e proprie patologie.
Lo sostiene un team di ricercatori americani guidato da Peter Conrad della Brandes University di Waltham (Massachusetts), secondo il quale il 4% della spesa sanitaria complessiva degli Stati Uniti viene impiegato per “finte” malattie come la fobia sociale, la calvizie o la menopausa.
Conrad e colleghi ricordano anche come la progressiva medicalizzazione di questi disturbi faccia parte di un’apposita strategia di marketing che “crea” e “diffonde” nuove malattie via via che vengono scoperte nuove molecole che potrebbero profilarsi come loro possibili rimedi. Un procedimento che è stato chiamato disease mongering e che si potrebbe tradurre appunto in “fabbricare malattie”.
I ricercatori riportano come esempio la diagnosi del Post Traumatic Stress Disorder (PTSD), che ha fatto la sua comparsa negli anni Settanta per denominare i disturbi psichici che affliggevano i reduci della guerra in Vietnam. Tale diagnosi si è progressivamente estesa fino a includere i disturbi presentati da tutti i sopravvissuti a qualsiasi altro tipo di trauma, o perfino dai semplici testimoni degli eventi traumatici, con relative spese per i corrispondenti rimedi farmacologici.
La ricerca della Brandes University, pubblicata sulla rivista Social Science & Medicine, evidenzia infine il problema centrale della questione, che è appunto quello di destinare meno risorse in tumori e disfunzioni cardiovascolari che per le “finte” malattie.


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